Il conclave della Chiesa che soffre

04/03/2013 Vaticano

di Giorgio Bernardelli
Nelle congregazione generali e nella Cappella Sistina ci sarà anche la voce delle comunità perseguitate a motivo della loro fede. Una presenza che forse dice molto di più delle gallerie dei papabili

Come in ogni vigilia di Conclave impazza il toto-Papa ed è probabilmente naturale che sia così.

Ma il vero rischio è quello di non vedere un altro volto altrettanto importante di questo tempo straordinario che il gesto di Benedetto XVI ha aperto. Perché un Conclave non è mai solo la scelta di un nome. È prima di tutto una grande esperienza di che cos’è la Chiesa nella sua universalità. Ed è il senso – in particolare – di queste giornate che precedono l’inizio delle votazioni nella Cappella Sistina, durante le quali i cardinali sono prima di tutto chiamati a confrontarsi sullo stato della Chiesa nel mondo.

Certo, in questo Conclave si parlerà anche di temi come la riorganizzazione della Curia dopo i veleni di Vatileaks. Ma vorrebbe davvero non avere più fede nello Spirito Santo pensare che la presenza per tanti giorni di tanti cardinali uno a fianco dell’altro non diventi primariamente un’esperienza di ascolto dei volti diversi che la testimonianza cristiana richiede oggi ai quattro angoli del mondo. A partire da quelli più impegnativi.

Per questo motivo alle liste di porporati ampiamente in circolazione mi permetto di aggiungerne una un po’ diversa. Non l’ho infatti stilata guardando a categorie come conservatori, progressisti, curiali, teologi. E la prima domanda che mi sono posto non è nemmeno quella se sarà tra uno di questi il prossimo Papa. Ho pensato piuttosto all’esperienza delle loro Chiese, che credo abbia qualcosa da dire a tutti nel passaggio che stiamo vivendo. Perché se è vero il vecchio adagio secondo cui «il sangue dei martiri è seme dei cristiani» il Conclave non può non essere anche un momento di ascolto di questo tipo di testimonianze.

In questo senso mi permetto di elencare brevemente i profili di sei cardinali elettori, le cui parole penso che susciteranno una particolare emozione in questi giorni nelle Congregazioni generali.

ANTONIOUS NAGUIB (EGITTO)

Parto dal patriarca emerito di Alessandria dei copti perché trra i 115 porporati che prenderanno parte al Conclave la sua presenza è rimasta in forse fino all’ultimo (e probabilmente sarà anche tra gli ultimi ad arrivare): il cardinale Naguib è stato infatti colpito un anno e mezzo fa da una grave infermità che lo ha costretto a lasciare la guida della sua comunità. Al Conclave porterà dunque l’esperienza personale della sua sofferenza; prova fisica che, però, è in qualche modo anche icona delle sofferenze vissute dai cristiani dell’Egitto in questi ultimi anni. Sono proprio notizie di queste ore gli assalti ad alcune chiese copte in Egitto e in Libia (chiese copte ortodosse, ma nella sofferenza l’unità dei cristiani qui è molto più avanti del dialogo teologico). Il cardinale Naguib porta la voce dei cristiani che oggi al Cairo cercano di affermare i propri diritti in un braccio di ferro con gli islamisti il cui esito sarà decisivo per tutto il Medio Oriente.

BECHARA RAI (LIBANO)

Sempre dal Medio Oriente arriva a Roma il patriarca dei maroniti Bechara Rai. E ci arriva con ancora negli occhi le sofferenze dei cristiani della Siria: appena un mese fa si è recato a Damasco per l’intronizzazione del nuovo patriarca orotodosso Youhanna X. Fin dall’inizio del suo mandato non smette di ricordare questo dramma che vive in prima persona: sono ormai centinaia di migliaia i profughi che dalla Siria hanno cercato rifugio nei Paesi vicini, Libano compreso. Al Conclave porta la voce di coloro che non si rassegnano alla logica delle armi per la soluzione del conflitto siriano. Insieme a un dono molto particolare per il nuovo Pontefice: per volontà di Benedetto XVI sono stati infatti due giovani libanesi a preparare sotto la sua supervisione le meditazioni della Via Crucis che si terrà al Colosseo nel prossimo Venerdì Santo.

JOHN OLORUNFEMI ONAYEKAN (NIGERIA)

È uno degli ultimi sei cardinali creati da Benedetto XVI. L’arcivescovo di Abuja John Olorunfemi Onayekan al Conclave porta la voce dei cristiani della Nigeria, quelli per cui – nel mirino del movimento fondamentalista dei Boko Haram – anche andare a Messa alla domenica è un gesto di fede coraggioso che può costare la vita. Già all’ultimo Sinodo, nell’ottobre scorso, avevano impressionato le sue parole sulla necessità di non rassegnarsi alla logica dello scontro anche in una situazione così difficile. «La nostra esperienza nigeriana – aveva detto – ci insegna che esistono molti tipi di musulmani. Nella nuova evangelizzazione dobbiamo conoscere i nostri vicini musulmani e mantenere una mente aperta verso coloro che sono bendisposti (che poi sono la maggioranza). Dobbiamo collaborare per assicurarci che i fanatici non dettino la dinamica delle nostre relazioni reciproche, spingendoci a diventare nemici gli uni degli altri».

LAURENT MONSENGWO PASINYA (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)

L’arcivescovo di Kinshasa porta al Conclave la voce delle vittime della guerra infinita nella Repubblica democratica del Congo e di tanti altri conflitti africani legati all’avidità nella corsa allo sfruttamento delle materie prime. Da tanti anni ormai tessitore di iniziative di riconciliazione nella regione dei Grandi Laghi, del cardinale Monsengwo Pasinya sono ricordate in particolare le parole chiarissime che pronunciò durante la seconda Assemblea del Sinodo per l’Africa: «La pace va di pari passo con la giustizia, la giustizia con il diritto e il diritto con la verità».

RUBEN SALAZAR GOMEZ (COLOMBIA)

L’arcivescovo di Bogotà è un altro dei cardinali entrati nel collegio nell’ultimo Concistoro. Viene dal Paese il cui martirologio ce lo ricordiamo solamente alla fine di ogni anno, quando Fides diffonde i dati sugli operatori pastorali uccisi nei dodici mesi precedenti. In un Paese cattolicissimo come la Colombia – tra sacerdoti, religiose e seminaristi – sono stati quasi cento i martiri negli ultimi trent’anni. L’ultima sequenza spaventosa è di poche settimane fa: tre preti uccisi in quindici giorni. «Nel Paese – commentò quelle morti il cardinale Salazar Gomez – c’è una grande quantità di sacerdoti che sono minacciati, precisamente per il loro lavoro di evangelizzazione, in zone dove la legge non viene rispettata, perché imperano le leggi delle bande criminali, siano quali siano, e lì la nostra presenza non è ben vista».

JEAN-BAPTISTE PHAN MINH MAN (VIETNAM)

L’arcivescovo di Ho Chi Minh City ha vissuto fino in fondo le sofferenze della Chiesa del Vietnam sotto il regime comunista. Insegnante nei seminari dopo il 1975 ha vissuto tutte le difficoltà dovute agli ostacoli posti dalle autorità alla formazione di nuovi sacerdoti nel Paese. E anche oggi – nella stagione nuova che il Vietnam sta vivendo – sperimenta insieme alla sua Chiesa le contraddizioni di una libertà non ancora pienamente riconosciuta. Nel dicembre scorso ha avuto la gioia di ospitare per la prima volta in Vietnam l’assemblea della Fabc, la Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia. Un fatto che non ha esitato a definire un miracolo: «Sono quindici anni ormai che vivo e svolgo il mio ministero a Ho Chi Minh City – ha detto in quell’occasione – e sento che il Signore sempre ci accompagna, come ha fatto con i discepoli di Emmaus. È lui che cambia la sofferenza e la disperazione in opportunità per il popolo di Dio di condividere con altri la propria fede». Parole quanto mai preziose anche per il passaggio che la Chiesa sta vivendo oggi.

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